Cross: Lebid, il re degli Europei

29 Novembre 2016

A pochi giorni dall’edizione 2016 dell’11 dicembre a Chia, ripercorriamo le imprese dell’ucraino, nove volte campione continentale di corsa campestre

di Giorgio Cimbrico

Serhiy Petrovic Lebid viene dalla città nucleare dove, ai vecchi tempi targati CCCP, era impossibile entrare senza un permesso speciale. Quando si chiamava Dniepropetrovsk, ora è Dnipro, vi nacque nientemeno che l’impassibile Leonid Breznev, successore al Cremlino di un altro ucraino, in realtà ucraino d’adozione, Nikita Kruscev. Serhiy, oggi 41enne, cittadino di Verbania ad honorem (ha corso per lunghe stagioni per la Cover), è un personaggio unico dell’atletica contemporanea. “In effetti è proprio così - confessa lui - perché in pista non andavo piano (7:35 nei 3000, 13:10 nei 5000, distanza che lo vide terzo gli Europei di Monaco 2002 e conquistare tre titoli mondiali universitari), ma non ho mai bene capito il perché, non riuscivo a trovare le motivazioni giuste. Il cross era un’altra cosa: quando si avvicinava l’inverno andavo in quota, a 1600 metri, a cercare e trovare la condizione”. Qualcuno ha detto di lui: ha il fango nel sangue. Ripercorrendo la sua sconfinata carriera su erba e terra battuta, asciutte o bagnate, è necessario ammettere che è proprio così. Di più, Lebid è l’atleta simbolo della rassegna continentale che tra poco andrà in scena a Chia. Nessuno come lui, un dominatore, un monopolizzatore.

Nove volte eurocampione, con una striscia di cinque successi consecutivi dal 2001 al 2005, Lebid si è affacciato per la prima volta nel ’94 quando il campionato era al primo vagito (79°), ma già un anno dopo riesce a indossare gli stivali delle sette leghe e si fa vedere nelle posizioni di buon prestigio (11°) per ripiombare indietro nel ’96, 58°. Diventa protagonista a Oeiras ’97, in Portogallo: terzo, al soffio di tre secondi dai due scandinavi che si giocano il successo, il danese Carsten Jorgensen e lo svedese Claes Nyberg.

La prima corona (vista la città, ducale…) arriva a Ferrara, nel ’98, e la replica è tre anni dopo, a Thun, dove esegue una sonata degna del magnifico pianista che aveva eletto la cittadina sul lago a residenza: Arturo Benedetti Michelangeli. Prima, sul finire della primavera, a Ostenda, aveva mirato al bersaglio grosso: secondo nel Mondiale, alle spalle del belga maghrebino Mohamed Mouhrit, l’unico a interrompere, due volte, il trentennio di schiacciante dominio di keniani, etiopi e eritrei.

Dopo Thun arrivano i successi a Medulin, a Edimburgo, una delle culle della specialità, a Heringsdorf e a Tilburg: cinque successi di fila come, al Mondiale, era riuscito all’elegante Paul Tergat. La catena della felicità si interrompe nel 2006 a San Giorgio su Legnano, sui prati del Campaccio: solo 11°. La vittoria è di un giovanotto anglo-somalo di cui si sentirà ancora parlare, Mohamed Farah, detto Mo. Serhiy riprende la marcia, pardon, la corsa e mette le mani ancora su tre titoli, a Toro, a Bruxelles e ad Albufeira. Bilancio finale, nove vittorie e altre tre presenze sul podio.

E’ l’uomo che viene dal freddo, è il biondo che adora le tattiche improvvise da inventare nelle prove corse dentro la natura, ma vuol dimostrare di essere anche un uomo per tutte le stagioni: settimo nei 5000 ai Giochi di Sydney e nel 2014, non lontano dai 40 anni, corre e vince la maratona di Nagano in 2h13:56 ma straccia la prestazione a Seul pochi mesi dopo (2h08:32), poi a Londra chiude decimo in 2h10:21 nel giorno del primo successo, in 2h04:42, di Eliud Kipchoge sul traguardo a un tiro di sasso da Buckingham Palace. Sergio I e per un bel pezzo di futuro, unico.

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(foto Colombo/FIDAL)


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