Tokyo 2020+1, i primi Giochi dispari di sempre

24 Marzo 2020

L’Olimpiade ha attraversato crisi, conflitti, boicottaggi, attentati. Le Guerre Mondiali l’hanno fermata solo nel 1916, nel 1940 e nel 1944. Ma il rinvio di un anno non ha precedenti


 

di Giorgio Cimbrico

I primi Giochi dispari della storia andranno in scena entro l’estate del 2021. Questa è la situazione dopo che Shinzo Abe, primo ministro del Giappone, ha ammesso l’impossibilità di rispettare la scadenza. Immediato l’appoggio del Cio che così si risparmia un mese di spinosi dibattiti e potrà dedicarsi a un esame al microscopio dei contratti che gli danno vita, forza, potere. Che poi l’etichetta Tokyo 2020, per motivi merceologici, non muti ha un valore puramente simbolico.

L’Olimpiade, quella reinventata dal barone de Coubertin, ha attraversato crisi, guerre, boicottaggi, ha rischiato, all’inizio della sua avventura, quella che viene cinicamente definita “morte in culla” dopo edizioni caotiche e circensi, ha attraversato quelli che un grande poeta ha chiamato “irati flutti” e ha finito per arrendersi di fronte a un nemico subdolo come sanno essere tutti gli avversari invisibili, i più pericolosi.

La macchina del tempo porta a più di un secolo fa quando dell’Olimpiade di Berlino rimase solo un manifesto in stile art déco. In quel 1916 era in corso una delle più spaventose battaglie di logoramento della storia: Verdun costò più di un milione di morti francesi e tedeschi. Nel 1920 la ripresa venne affidata a una città martire, Anversa. I paesi che avevano aderito all’alleanza degli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria, Turchia) vennero esclusi su precisa indicazione di de Coubertin. Impensabile pensare alla presenza di una giovanissima Unione Sovietica, alle prese con sanguinosi conflitti interni.

Nel 1931 l’edizione del 1936 venne affidata a Berlino, due anni prima della presa di potere di Adolf Hitler. Il progetto di contrapporre ai Giochi un’Olimpiade popolare o dei Lavoratori si arenò di fronte ai primi focolai della guerra civile che avrebbe insanguinato la Spagna dopo il “pronunciamento” di Franco. Il congresso berlinese del Cio assegnò i Giochi del 1940 a Tokyo: la presenza di truppe giapponesi in Cina portò a un conflitto aperto dal 1938. Helsinki prese brevemente il posto della capitale giapponese ma la Guerra d’Inverno tra Finlandia e Urss spazzò via i Giochi. Una teorica attribuzione a Londra, per il 1944, produsse, unica testimonianza, l’emissione di tre francobolli delle poste svizzere che rappresentavano l’Apollo Olimpico.

Londra ebbe i suoi secondi Giochi, dopo quelli del 1908, nell’atmosfera austera del dopoguerra. Il Vae Victis già pronunciato nel 1920 venne ripetuto: Germania e Giappone non vennero invitati. L’Italia si salvò grazie alla co-belligeranza degli ultimi due anni del conflitto.

Il 1956 segna l’inizio dell’era dei boicottaggi: Iraq, Egitto e Libano disertano Melbourne per protestare contro la presa del Canale di Suez da parte di truppe franco-britanniche e poco dopo vengono raggiunte da Spagna, Svizzera e Paesi Bassi dopo l’invasione dell’Ungheria ad opera dell’Armata Rossa. Le norme fortemente restrittive sull’importazione di animali in Australia costringono all’organizzazione di Olimpiadi equestri a Stoccolma.  

Le stagioni che portano a Tokyo 1964 sono attraversate da tensioni globali che coinvolgono anche lo sport: il Sudafrica viene bandito dalla comunità internazionale per la politica di apartheid e l’Indonesia rifiuta di accogliere atleti di Israele e Taiwan ai Giochi Asiatici del 1962. È il primo passo del boicottaggio del paese asiatico ai Giochi del ’64, in compagnia della Corea del Nord.

La strage di Piazza delle Tre Culture a Città del Messico e quella del Villaggio Olimpico e nell’aeroporto militare a nord di Monaco di Baviera segnarono i momenti più drammatici e sanguinosi della storia dei Giochi e la nascita dello slogan disinvoltamente coniato da Avery Brundage: “I Giochi devono andare avanti”. Andarono avanti nel ’76, dopo il boicottaggio di 22 paesi africani per le frequentazioni rugbistiche che la Nuova Zelanda continuava a tenere con il Sudafrica messo al bando. Andarono avanti dopo il boicottaggio che il blocco occidentale (con differenti posizioni e modalità) dichiarò nei confronti dell’Urss che aveva invaso l’Afghanistan trasformando i Giochi di Mosca in quelli meno frequentati (80 paesi) dopo Melbourne. E vissero l’ultima dura mutilazione quattro anni dopo, quando la vendetta del blocco socialista (Romania a parte) venne fulminata su Los Angeles: i paesi assenti furono 14 ma rappresentavano il 58% dei titoli assegnati a Montreal.

L’ultimo boicottaggio di un certo rilievo è del 1988: la Corea del Nord evitò di inviare atleti a Seul e venne imitata da Cuba, Etiopia e Nicaragua. Barcellona 1992 venne salutata come una nuova alba e i 200 paesi che raggiunsero Sydney 2000 contribuirono creare la luce di un giorno pieno.

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